Legato. Accettazione. L'azione di riduzione testamentaria ed il legato.-

Il diritto, patrimoniale (e perciò disponibile) e potestativo, del legittimario di agire per la riduzione delle disposizioni testamentarie lesive della sua quota di riserva, dopo l'apertura della successione, è rinunciabile anche tacitamente, sempre che detta rinuncia sia inequivocabile, occorrendo a tal fine un comportamento concludente del soggetto interessato che sia incompatibile con la volontà di far valere il diritto alla reintegrazione.

Civile Sent. Sez. 2 Num. 168 Anno 2018
Presidente: MAZZACANE VINCENZO
Relatore: CRISCUOLO MAURO
Data pubblicazione: 05/01/2018
...
dall'avvocato GIOVANNI SENSI in virtù di procura a margine
del controricorso;
- controricorrenti -
nonchè contro R.L.;
- intimata -
avverso la sentenza n. 126/2012 della CORTE D'APPELLO di
FIRENZE, depositata il 31/01/2012;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
05/12/2017 dal Consigliere Dott. MAURO CRISCUOLO;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. ALBERTO CELESTE che ha concluso per il rigetto
del ricorso.
udito l'Avvocato Giovanni Iacopetti per il ricorrente;
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con atto di citazione notificato in data 16 gennaio 1999
LL.S. conveniva in giudizio dinanzi al Tribunale di
Lucca, L.M., S.L. e M.E. quali
eredi di L.G., affinché fosse dichiarata la nullità
ovvero accertata la rescissione per lesione della divisione
contenuta nel testamento di B.L. , dichiarando
pertanto che i beni relitti andavano assegnati ai due figli in
quote eguali, ovvero disporre in via subordinata la riduzione
delle disposizioni testamentarie, in quanto lesive della quota di
legittima spettante all'attore.
Evidenziava che la madre B.L. con testamento
pubblico del 16 gennaio 1991 aveva disposto dei suoi beni in
favore dei figli S, e G., quest'ultimo dante causa dei
convenuti, dividendo gli immobili in parti eguali, ma previa
assegnazione in proprietà esclusiva di alcuni cespiti in favore
dell'attore ed altri in favore del dante causa dei convenuti,
lasciando altri beni in comunione indivisa.
Era tuttavia sorta controversia tra le parti circa la corretta
interpretazione delle volontà testamentarie, in quanto i
convenuti sostenevano che le assegnazioni dei singoli immobili
si configuravano alla stregua di legati, così che l'istituzione in
quote eguali tra i fratelli Landucci concerneva solo i terreni.
Ad avviso dell'attore invece, la de cuius aveva inteso, previa
determinazione della quota di ognuno dei due figli in misura
pari alla metà dell'asse relitto, predisporre una divisione
testamentaria, senza che potesse avere rilievo l'utilizzo, in
relazione all'assegnazione dei singoli cespiti, di espressioni
quali "lascio e lego".
Aggiungeva che in ogni caso la divisione era rescindibile ex art.
763 2° co. c.c., in quanto i beni attribuiti all'attore erano di
valore inferiore di oltre un quarto rispetto alla quota ereditaria,
deducendo altresì, in via subordinata, che le disposizioni
testamentarie avevano leso la sua quota di riserva.
I convenuti si costituivano in giudizio deducendo l'infondatezza
della domanda attorea, ribadendo che le assegnazioni dei
singoli immobili erano da intendersi quali legati.
All'esito dell'istruttoria, il Tribunale con la sentenza n. 601 del
10/5/2007 rigettava integralmente le domande attoree, ed a
seguito di gravame proposto da L. D. e R.L., quali eredi di Landucci Sergio, la Corte di Appello di
Firenze, con la sentenza n. 126 del 31 gennaio 2012 rigettava
l'impugnazione, confermando la sentenza impugnata.
Secondo la Corte distrettuale doveva ritenersi corretta
l'interpretazione del testamento offerta dal giudice di primo
grado, non potendosi accedere alla tesi dell'appellante secondo
cui l'istituzione di eredi in quote eguali aveva ad oggetto
l'intero patrimonio ereditario.
In realtà, laddove la testatrice aveva utilizzato le espressioni
"lascio e lego " in relazione all'attribuzione di singoli immobili,
aveva effettivamente inteso prevedere dei legati, mentre
l'istituzione di eredi in parti eguali tra i due fratelli si limitava
unicamente all'attribuzione dei terreni. Tale conclusione era poi
confermata, oltre che dal tenore letterale delle espressioni
utilizzate, anche dal fatto che erano contenute in un
testamento pubblico, redatto quindi con l'assistenza di un
professionista da presumersi particolarmente esperto della
materia successoria, dovendosi quindi escludere un utilizzo
delle stesse in maniera impropria.
Inoltre non poteva condurre a conclusioni diverse la disamina
delle deposizioni testimoniali, rese in maniera generica e da
soggetti che erano comunque in senso lato interessati al
giudizio.
Quanto alla domanda di rescissione, riteneva che la stessa non
fosse meritevole di accoglimento, in quanto l'attore aveva
tenuto comportamenti concludenti che implicavano
l'accettazione dei legati, mentre in ordine alla dedotta lesione
della quota di riserva, evidenziava che in realtà la quota
spettante all'attore era pari ad un quarto dell'asse ereditario, e
non già ad un terzo, come invece sostenuto in citazione, atteso
che alla successione concorrevano oltre ai due germani
Landucci anche il coniuge.
Ma anche in relazione all'azione di riduzione, la condotta
dell'attore equivaleva ad una inequivoca rinunzia alla stessa,
attesa l'esecuzione volontaria delle disposizioni testamentarie.
Per la cassazione di tale pronunzia Landucci Daniele ha
proposto ricorso affidato a due motivi.
L.S. L.L., L.M. e Ma.E., quali eredi di L.G. hanno resistito con
controricorso.
Renna Laura non ha svolto difese in questa fase.
Entrambe le parti hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c.
nell'imminenza dell'udienza.
MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Preliminarmente occorre dare atto che le Sezioni Unite di
questa Corte con la sentenza n. 10648/2017, si sono
pronunziate sulla questione di massima importanza, in
relazione alla quale questa Sezione con ordinanza del
31/10/2016 aveva rinviato la causa a nuovo ruolo, in attesa
proprio dell'intervento delle Sezioni Unite.
In tal senso si è quindi affermato il principio per il quale in
tema di giudizio di cassazione, deve escludersi la possibilità di
applicazione della sanzione della improcedibilità, ex art. 369,
comma 2, n. 2, c.p.c., al ricorso contro una sentenza notificata
di cui il ricorrente non abbia depositato, unitamente al ricorso,
la relata di notifica, ove quest'ultima risulti comunque nella
disponibilità del giudice depositata dal controricorrente ovvero acquisita mediante l'istanza di
trasmissione del fascicolo di ufficio.
Nella fattispecie, come si è evidenziato anche nella menzionata
ordinanza, la questione concernente l'avvenuta notifica della
sentenza gravata è stata posta da parte controricorrente, in
assenza di qualsivoglia attestazione sul punto ad opera del
ricorrente, e che la copia notificata si rinviene nella stessa
produzione dei controricorrenti, il che impedisce, alla luce di
quanto affermato da questa Corte nella sua più autorevole
composizione, che possa pronunciarsi l'improcedibilità del
ricorso.
2. Sempre in limine litis deve essere esaminata l'eccezione di
inammissibilità del ricorso sollevata dai resistenti in
conseguenza della dedotta tardiva proposizione.
Assumono i controricorrenti che, essendo stata la sentenza
impugnata notificata al difensore del ricorrente in data
29/3/2012, il termine breve per l'impugnazione veniva a
scadere il 28 maggio 2012.
Ebbene, emerge dagli atti che il ricorrente presentava l'atto per
la notifica ai controricorrenti proprio in data 28/5/2012, ma
indicando come domicilio degli stessi quello in Firenze alla via
La Pira n. 21, salvo poi, essendo il ricorso tornato inesitato con
la dicitura "sconosciuto o trasferito", provvedere ad una
seconda notifica al corretto indirizzo del loro difensore in
Firenze, al viale Giacomo Matteotti n. 25, solo in data 5 giugno
2012, ben oltre quindi il termine prescritto.
Assumono altresì che, oltre a rientrare tra gli oneri della parte
quello di verificare quale fosse l'effettivo domicilio del difensore
dei controricorrenti, la corretta indicazione del recapito
risultava dalla stessa notificazione della sentenza impugnata,
laddove si precisava che lo studio dell'avv. Piperno, difensore
in sede di appello degli appellati, era in Firenze al viale
Matteotti n. 25. Inoltre analogo errore si era già verificato nel
corso del giudizio di appello, in quanto l'atto di riassunzione del
giudizio era stato notificato sempre all'avv. Piperno presso il
precedente indirizzo (laddove il legale si era trasferito in altro
luogo già a far data dal 18 gennaio 2010) con la conseguenza
che la Corte d'Appello, a fronte dell'eccezione di estinzione del
giudizio di appello per tardiva riassunzione, aveva disatteso la
stessa dando però atto in motivazione che effettivamente vi
era stato un errore, ma che la notifica effettuata alle parti
personalmente, attesa la loro intervenuta costituzione,
impediva di poter ravvisare la compromissione del diritto di
difesa.
Effettivamente, deve ritenersi che la prima notifica del ricorso
tentata presso il vecchio indirizzo del difensore dei
controricorrenti debba ritenersi inesistente, avendo questa
Corte anche di recente ribadito che (cfr. Cassazione civile sez.
II 10 febbraio 2016 n. 2640 ) costituisce onere del notificante,
quale adempimento preliminare agli incombenti relativi al
procedimento notificatorio, accertarsi della assenza di
mutamenti, riguardanti il domicilio del procuratore costituito
nel giudizio, al fine di identificare correttamente il luogo della
notificazione. Ricade, pertanto, sullo stesso il rischio
dell'eventuale esito negativo della notificazione (e,
eventualmente, della successiva intempestività della
notificazione medesima), fatti salvi il caso fortuito o la forza
maggiore ed esclude le ipotesi in cui il richiedente non sia
incorso in negligenza e il mancato perfezionamento sia dipeso
esclusivamente da causa allo stesso non imputabile.
Alla luce di tali principi, e rilevato che analogo errore era stato
già commesso nel corso del giudizio di appello e che comunque
il ricorrente era stato reso edotto dell'effettivo nuovo domicilio
del difensore delle controparti in occasione della notifica della
sentenza impugnata (non dovendosi altresì trascurare che il
recapito di viale Matteotti n. 25 in Firenze risulta anche da una
stampigliatura apposta sulla prima pagina della copia della
sentenza impugnata prodotta da parte ricorrente) deve altresì
escludersi che possano essere invocati il caso fortuito o la forza
maggiore onde giustificare l'errore commesso.
Tuttavia l'eccezione di inammissibilità non può trovare
accoglimento.
Trascurano infatti i controricorrenti la circostanza che il ricorso
risulta avere tra i destinatari anche Renna Laura,
originariamente parte appellante, ma che non ha inteso
proporre ricorso, e che la richiesta di notifica in data 28 maggio
2012, e cioè nel rispetto del termine perentorio previsto per la
proposizione del gravame, ha interessato anche tale parte.
A tal proposito occorre quindi ricordare il costante
orientamento di questa Corte (cfr. ex multis Cass. n.
18364/2013) per il quale l'omessa notifica dell'impugnazione
ad un litisconsorte necessario (alla quale deve parificarsi la
notifica affetta da inesistenza) non si riflette sull'ammissibilità
o sulla tempestività del gravame, che conserva, così, l'effetto
di impedire il passaggio in giudicato della sentenza impugnata,
ma determina solo l'esigenza della integrazione del
contradditorio, "iussu iudicis", salvo che la parte abbia essa
stessa provveduto ad una tardiva notifica (conf. Cass. n.
3071/2011 per la quale l'atto di impugnazione, tardivamente
notificato ad alcuni dei litisconsorti riveste la funzione di
notificazione per integrazione del contraddittorio ex art. 331
cod. proc. civ., e l'iniziativa della parte, sopravvenuta prima
ancora dell'ordine del giudice, assolve alla medesima funzione;
Cass. n. 11552/2013).
Ne consegue pertanto che la successiva notifica avvenuta in
data 5 giugno 2012 ad opera del ricorrente vale a prevenire
l'ordine di integrazione del contraddittorio da parte del giudice,
avendo in tal modo assicurato la corretta instaurazione del
contraddittorio stesso, senza che possa porsi questione di
ammissibilità per intempestività dell'impugnazione.
3. Con il primo motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa
applicazione degli artt. 537 e 542 c.p.c. nonché il vizio di
motivazione ex art.360 n. 5 c.p.c. per mancanza di
motivazione su di un fatto controverso e decisivo.
Assume il ricorrente che la sentenza impugnata avrebbe
disatteso la domanda di riduzione delle disposizioni
testamentarie per asserita lesione della quota di legittima,
assumendo che la misura di tale quota andava calcolata ai
sensi dell'art. 542 co. 2 c.c., e ciò sul presupposto che, alla
data di apertura della successione, concorressero i due figli
della de cuius con il coniuge, risultando pertanto pari ad un
Ric. 2012 n. 14513 sez. 52 - ud. 05-12-2017 -9-
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
quarto del patrimonio così come determinato all'esito delle
operazioni di riunione fittizia.
In realtà, come documentato già nel corso del giudizio di
merito, e come appare incontestato, la successione ha visto il
concorso unicamente dei fratelli Sergio e Graziano Landucci,
essendo il marito della de cuius premorto, di guisa che la detta
quota andava calcolata a mente dell'art. 537 co. 2 c.c.,
risultando quindi essere pari ad un terzo.
L'errore di diritto compiuto dal giudice di merito ha quindi
falsato la sua decisione, avendo escluso che, in relazione alla
più ridotta quota di un quarto fosse sussistente, alla luce dei
calcoli effettuati dal CTU, la compromissione delle ragioni
successorie dell'attore, compromissione che invece, e sempre
alla luce delle indagini peritali, sussiste appieno ove si abbia
riguardo alla quota di un terzo effettivamente spettante a titolo
di riserva.
Il motivo è fondato.
Effettivamente alla data di apertura della successione, alla de
cuius erano succeduti unicamente i due figli, non emergendo
anche la presenza del coniuge, che in realtà era premorto alla
Ne deriva pertanto che il rigetto della domanda di riduzione,
quanto al riscontro del dato quantitativo della lesione, risulta
falsato dall'erroneo presupposto che le quote di legittima
andassero determinate in base alle regole legali previste per
l'ipotesi di concorso tra figli e coniuge, e non anche in base alla
diversa regola, applicabile alla fattispecie, di successione alla
quale concorrono unicamente i figli.
4. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta la violazione
falsa applicazione degli artt. 547 e 590 c.p.c., nonché l'assenza
di motivazione su di un fatto controverso e decisivo per il
giudizio.
Ed, infatti, secondo la Corte fiorentina ad impedire
l'accoglimento dell'azione di riduzione era anche la circostanza
che il ricorrente aveva tenuto una serie di condotte che
implicavano l'accettazione dei legati disposti in suo favore, e
dalle quali era possibile ricavare in maniera inequivoca la
volontà di rinunciare a far valere la lesione, anche alla luce di
quanto prevede l'art. 590 c.c.
Lamenta il L.D. che il proprio dante causa aveva
reiteratamente, ad anche nell'immediatezza dell'apertura della
successione, manifestato una volontà contraria all'attuazione
delle volontà testamentarie, volontà reiterata anche in
occasione della definizione transattiva di una controversia
avente ad oggetto il rilascio richiesto dai controricorrenti di un
immobile legato in loro favore, ma detenuto dal ricorrente alla
data di apertura della successione, laddove la riconsegna del
bene avveniva facendo salvi i diritti, le ragioni e le azioni che
erano oggetto del presente procedimento.
Inoltre, una volta qualificate le attribuzioni dei singoli immobili
in favore del ricorrente in termini di legati, non deve
dimenticarsi che i legati si acquistano di diritto, così che il
conseguimento degli stessi non può essere valutato alla
stregua di una spontanea esecuzione delle disposizioni
testamentarie, trattandosi di condotta che si connota per la sua
equivocità.
Infine del tutto improprio appare il richiamo all'art. 590 c.c.,
atteso che detta norma si applica alle ipotesi di testamento o di
singole disposizioni testamentarie affetta da nullità, ma non
può operare invece per la diversa ipotesi delle disposizioni
lesive dei diritti del legittimario che, proprio in ragione della
loro validità ed efficacia, sono invece unicamente suscettibili di
aggressione con l'esercizio dell'azione di riduzione.
4.1 Anche tale motivo è fondato.
Ed, infatti, risulta del tutto inappropriato il richiamo compiuto
dalla Corte distrettuale alla previsione di cui all'art. 590 c.c.,
che non è invocabile, al fine di escludere la tutela dei diritti del
legittimario.
A tal fine deve richiamarsi la costataste giurisprudenza di
legittimità che ha avuto modo di affermare che ( cfr. Cass. n.
2771/1971) la conferma della disposizione testamentaria o la
volontaria esecuzione di essa non opera rispetto alle
disposizioni lesive della legittima, in quanto gli effetti
convalidativi di cui all'art 590 cod civ si riferiscono alle
disposizioni testamentarie nulle, mentre tali non sono quelle
lesive della legittima, essendo soltanto soggette a riduzione
(cioe, suscettibili di essere dichiarate inefficaci nei limiti in cui
sia necessario per integrare la quota di riserva). Pertanto,
l'esecuzione volontaria di per sé non preclude al legittimario
l'azione di riduzione, salvo che egli abbia manifestato anche
tacitamente la volontà di rinunziare all'integrazione della
legittima, potendosi però desumersi l'esistenza di una rinunzia
tacita attraverso un complesso di elementi concordanti da cui
emerga che la parte interessata abbia avuto la consapevolezza
dell'esorbitanza della disposizione testamentaria dai limiti della
porzione disponibile e tuttavia abbia eseguito integralmente la
disposizione medesima (in termini si veda anche Cass. n.
8611/1995; Cass. n. 8001/2012).
Deve quindi ribadirsi il principio ( cfr. Cass. n. 1373/2009)
secondo cui, il diritto, patrimoniale (e perciò disponibile) e
potestativo, del legittimario di agire per la riduzione delle
disposizioni testamentarie lesive della sua quota di riserva,
dopo l'apertura della successione, è rinunciabile anche
tacitamente, sempre che detta rinuncia sia inequivocabile,
occorrendo a tal fine un comportamento concludente del
soggetto interessato che sia incompatibile con la volontà di far
valere il diritto alla reintegrazione (conf. Cass. n. 20143/2013).
Alla luce di tali precedenti che consentono di individuare il
senso ed i limiti fattuali e giuridici per ravvisare una rinuncia
tacita all'azione di riduzione, la decisione della Corte di appello
ha ritenuto di riscontrare una rinuncia siffatta, valorizzando
esclusivamente la condotta del dante causa dell'appellante, che
si era immesso nel godimento dei beni legatigli, traendo anche
i relativi frutti.
In realtà, ed a prescindere dalla disamina anche dei documenti
che a detta del ricorrente comproverebbero la formulazione di
una valida protestatio alla ravvisata rinuncia alla tutela dei
propri diritti di riservatario, deve evidenziarsi la incongruità
delle argomentazioni sulla base delle quali si è individuata la
detta rinuncia tacita.
Ed, infatti, posto che, in caso di legittimario non integralmente
pretermesso, come nel caso in esame, il diritto all'integrale
Ric. 2012 n. 14513 sez. 52 - ud. 05-12-2017-13-
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
soddisfacimento della riserva deve essere attuato mediante il
riconoscimento, secondo le modalità previste dalla legge in
tema di azione di riduzione, di una quantità di beni ovvero del
loro controvalore economico in misura tale da perequare
quanto già ricevuto con l'ammontare della quota di riserva,
l'avere goduto di quei beni già assegnati per testamento, e che
per legge sono destinati a comporre la sua quota di riserva,
comunque necessitante delle dovute integrazioni, non può in
alcun modo essere ritenuta una condotta idonea a concretare
una rinuncia tacita alla tutela delle ragioni successorie, ove il
comportamento de quo non si accompagni ad altre
manifestazioni di volontà espressa ovvero per facta
concludentia, che consentano di ravvisare effettivamente una
volontà abdicativa del legittimario (e ciò a maggior ragione ove
il godimento, come si sostiene nella memoria, abbia avuto ad
oggetto beni in realtà anche assegnati ad altro legittimario).
Né appare possibile sostenere, come dedotto dai
controricorrenti che il legittimario, ove intenda agire a tutela
del proprio diritto alla legittima, debba previamente rinunciare
ai legati di cui sia stato beneficiato, in quanto tale regola opera
per espressa previsione legislativa solo nel caso di legato
disposto ex art. 551 c.c. (fattispecie che non ricorre nella
vicenda in esame, in quanto i legati disposti in favore
dell'attore non avevano carattere tacitativo, accompagnandosi
anche alla istituzione di erede per quanto concerneva le
attribuzioni dei terreni), ben potendo il legittimario, trattenere i
legati già ricevuti, e pretendere solo il conseguimento della
differenza tra quanto già ricevuto per testamento (ovvero per
effetto di atti di liberalità compiuti in vita dal de cuius) e
quanto invece riservatogli dalle norme in tema di successione
necessaria.
Ne deriva che quindi anche il secondo motivo deve essere
accolto, apparendo erronea la riconduzione della condotta del
date causa del ricorrente ad una fattispecie di rinuncia tacita
all'esercizio dell'azione di riduzione.
5. L'accoglimento del ricorso determina pertanto la cassazione
della sentenza impugnata, con rinvio ad altra Sezione della
Corte d'Appello di Firenze, che provvederà anche sulle spese
del presente giudizio.
PQM
La Corte accoglie il ricorso, e cassa la sentenza impugnata con
rinvio ad altra Sezione della Corte di Appello di Firenze, che
provvederà anche sulle spese del presente giudizio.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione
Seconda Civile, il 5 dicembre 2017.
Corte di Cassazione - copia non ufficiale

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